Occorrerebbe un’attenta riflessione sul tempo trascorso per focalizzare le cause che hanno trascinato nella palude la cultura e il teatro portandoli all’attuale inazione creativa.
lunedì 21 dicembre 2009
Può esserci una crisi linguistica, che determina uno scadimento dei valori su cui si fonda la società, i rapporti intersociali e la stessa produzione culturale? Che significato ha poi il rivolgersi alla generazione degli anni Sessanta, come ha scritto Andrea De Rosa, il nuovo direttore artistico dello Stabile di Napoli (Mercadante), per comprendere le cause della deriva culturale nel nostro paese? Forse le altre generazioni dalle più giovani alle più anziane non sono parte del tutto e non concorrono nel bene e nel male a formare il pensiero corrente nelle diverse articolazioni? Oppure la generazione del De Rosa è più dotata a cogliere, introitare e costruire nuovi scenari linguistici e con essi una produzione culturale autonoma dalle altre generazioni?
Non sono ovviamente d’accordo con chi discrimina tra “under” e “over”, cercando il nuovo nei giovani, perché non sono convinto che le capacità creative vengano meno nelle generazioni più adulte. E’ vero che Rimbaud ha prodotto in età giovanissima il suo capolavoro poetico, ma è altrettanto vero che Picasso eseguì - alla venerabile età di novant’anni - una mirabile serie di acqueforti (l’artista e la modella) di grande forza vitale e artistica, che sembrano incise da un giovane nel pieno del suo estro creativo e della sua virilità.
La società modellata secondo i canoni imposti dai ricercatori del consenso tende a dividere le generazioni, a creare fittizi gap tra individui e gruppi, distorsioni della realtà che sono accettate anche da chi dovrebbe avere la capacità critica per rifiutare la frantumazione della società in tante monadi incapaci di interagire, come fenomeni a se stanti, avulse dal contesto storico ereditato, che generano l’affievolirsi dei valori identitari, fino alla convinzione che il tutto abbia origine nella contemporaneità, col chiaro proposito di demonizzare il passato e con esso i valori stessi che cementano la convivenza civile.
Occorrerebbe un’attenta riflessione sul tempo trascorso per focalizzare le cause che hanno trascinato nella palude la cultura e il teatro portandoli all’inazione creativa, all’incapacità di opporre un’attiva resistenza all’appiattimento acritico, cercato e voluto dai restauratori dell’unica “realtà possibile” e del “paese normale”, che autorizza i “giovani” di quella generazione a parlare di morte del teatro, nello stesso modo in cui Argan negli Settanta profetizzava la morte dell’arte e vedeva nella fusoliera del Jumbo Jet l’espressione artistica più alta dello scorso secolo.
In tempi di celebrazioni futuriste, mi viene in mente quanto disse Marinetti nel 1936, mentre s’imponeva in arte il novecentismo fascista: “La più alta espressione estetica è il ta-ta-ta della mitragliatrice sul campo di battaglia”, non diverso dal Doctor Strangelove che si esaltava allo scoppio della grande bomba, nel celeberrimo film di Stanley Kubrick, l’evento estetico in assoluto e la fine del tempo.
Non posso nascondere che il cartellone dello Stabile di Napoli, dominato da Shakespeare, da Samuel Beckett e dalla presenza di un isolato Pirandello, mi ha creato delle perplessità. Infatti, se fosse stato scritto in Inglese, si sarebbe subito pensato al cartellone di un teatro di Londra, un omaggio al Bardo, o di Dublino, a un omaggio al poeta dell’assurdo. Poi seguono i soliti Amleti “ad aliorum arbitrium”, un vezzo che fa il paio con la rivisitazione di Goldoni alla Biennale Teatro di due anni fa curati da Maurizio Scaparro, che commissionò a dieci autori contemporanei la riscrittura di altrettanti testi di Goldoni.
Il sistema teatrale e in particolare il cosiddetto teatro pubblico, gestito dalla casta politica e dai suoi protetti, questi ultimi responsabili di aver emarginato la drammaturgia italiana e privilegiato il teatro di regia, ovvero la riproposizione deformata del già esistente, di messinscene che rimasticano il già digerito, ha creato la palude, dove tutto è messo a macerare, producendo solo conati che non disturbano in alcun modo la casta, agguerrita anche dal contributo sostanziale di quella generazione.
Mi ero illuso che l’esperimento di Scaparro alla Biennale teatro non avrebbe avuto altri epigoni, invece anche il Festival di Parma ne ha seguito l’esempio, commissionando a dieci autori la riscrittura di altrettante opere di Shakespeare, ridotte però a trenta minuti, alla maniera del “Reader’s digest”, in pratica a “corti”. Si dirà che la “contaminatio” è una caratteristica della scrittura teatrale e che la nostra commedia nasce ad imitazione di Plauto e Terenzio, ma diciamo anche che l’opera massima di Machiavelli “la Mandragola” ha una sua indiscutibile originalità, pregna dello spirito del suo tempo, non diversamente dal “Candelaio” di Giordano Bruno.
Se questa “moda” dovesse estendersi alla poesia, alla letteratura e alla pittura, affidando la riscrittura di Dante, di Leopardi, di Manzoni a poeti e a scrittori e ai giovani artisti fosse chiesto di ridipingere Michelangelo e Raffaello, oppure la “Gioconda” di Leonardo e farle proprie col proprio ingegno, sarebbe in assoluto un arbitrio e nel frattempo la riprova di assenza di spirito creativo, l’esaltazione dell’esistente, in sintesi sarebbe la stasi e la fine della coscienza critica.
Stanley Lumet, in un recente incontro alla casa del Cinema di Roma, alla domanda se lui riscrive le sceneggiature, ha risposto: “Ho sempre rispettato gli autori di cinema e di teatro. Nei teatri di New York nessun regista si azzarderebbe a modificare il testo, oltretutto la messinscena deve avere il consenso dell’autore.” In Italia il rispetto dell’autore è pressoché nullo, considerato solo uno degli strumenti dell’evento scenico. Nel ‘74 Pinter dovette protestare contro la manipolazione di “Tempi Antichi” che Visconti rappresentò all’Argentina di Roma.
Il sistema teatrale, mi riferisco soprattutto a quello pubblico, ha privilegiato il teatro di regia, mentre avrebbe dovuto rinnovare il repertorio drammaturgico nazionale, sostenendo i giovani autori e dare loro la visibilità che necessitano per essere conosciuti dal largo pubblico. La chiusura alla nuova scrittura drammatica è responsabilità di alcuni soloni della critica cosiddetta militante e degli “addetti ai lavori” provenienti da quella generazione che si era illusa di cambiare il mondo, ma che invece è stata fagocitata dall’immaginazione dei restauratori del sistema.
Franco Portone