La lunga estate calda dei festival

La lunga estate calda dei festival

Teatro Regio di ParmaTeatro Regio di Parma

La primavera – cantava il poeta – tarda ad arrivare. Eppure, come tante gemme che fioriscono qua e là, sono iniziati i festival. È la bella stagione, ci si veste di blu o di bianco, abbandonando il nero d’ordinanza, si mettono i sandali, si esce dai teatri bui e polverosi dell’inverno per andare ai festival.

Andrea Porcheddu su che-fare.com

Allegri e spensierati, noi spettatori di professione facciamo la valigia e scopriamo un’altra Italia: non solo i grandi centri, i circuiti consolidati, ma i margini, le periferie, i borghi e i paesi. I festival sono l’alternativa curiosa, la sorpresa, il cibo buono, il tempo sospeso della festa. Allora vale la pena, su queste pagine, provare un po’ a capire cosa ci attende: ci torneremo, anche in articoli successivi, sui temi che qui vogliamo lanciare ma intanto, prima di entrare, emozionati e ben vestiti, al gran ballo festivaliero d’estate, cominciamo a riflettere, a tracciare una mappa possibile, a capire insomma dove andare, e soprattutto perché.

Andare qua o là, scegliere cosa cercare – se l’intrattenimento o l’avventura, la passione o la ragione – e prepararsi a un viaggio imprevedibile, che segue rotte sempre nuove. Non tutto è condivisibile, nel sistema-festival, e qualche domanda è più che opportuno farla. Ad esempio chiedersi, garbatamente, se i festival, come la “festa”, siano davvero alternativi, momenti di frattura rispetto alla normalità o se siano ormai parte integrante del sistema spettacolo.
Ma anche altre domande premono.
Intanto può essere utile capire che bussola usare per orientarsi nell’orizzonte festivaliero.

Dalle celebrazioni per Dioniso nell’Atene del V secolo (le prime, vere, “feste teatrali” della storia), passando per la Bayreuth di Wagner dove nell’estate del 1876 si svolse il primo “festival” dell’era moderna, le manifestazioni si sono moltiplicate in tutto il mondo: anche in Italia alcuni Festival hanno fatto la storia dello spettacolo dal vivo e, pur nella diversità di caratteristiche e finalità, sono ancora punti fermi del nostro panorama teatrale.

Mantiene il suo fascino Spoleto, con i suoi Due Mondi: era la “gita fuori porta”, un centinaio di chilometri dalla capitale, era l’esotico a portata di mano, l’evento culturale al sapor di strangozzi.
Passata l’era Menotti, è Giorgio Ferrara a firmare i cartelloni di questi anni, tra lirica, prosa e danza: per questa edizione, la numero 61, il direttore artistico è anche co-autore (assieme a Rene de Ceccatty), regista e scenografo dell’opera di apertura, il Minotauro, con la direzione affidata alla bacchetta di Jonathan Webb in un festival dove sono attesi Marion Cotillard, Silvio Orlando, Robert Carsen, Alessandro Baricco, Branciaroli, Adriana Asti.
https://www.italiafestival.it/festivals/festival-dei-due-mondi-spoleto/

ph. Elisa Gobbi Frattini

E Santarcangelo? la mitica Santarcangelo, il meraviglioso borgo sopra Rimini che si popolava, ogni anno, di frikkettoni e fanciulle bellissime, di spettacoli di strada e capolavori inattesi. Quello storico festival, che festeggia la 48esima edizione, è oggi diretto da Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino, e si è orientato soprattutto alle performing arts con una proposta che le direttrici definiscono «audace e avventurosa». Santarcangelo come segno dei tempi che cambiano? Forse.
https://www.italiafestival.it/festivals/santarcangelo-festival/

Ma come dimenticare Borgio Verezzi, …
https://www.italiafestival.it/festivals/festival-teatrale-borgio-verezzi/

Per seguirli tutti si tratterebbe, insomma, come ogni anno, di fare un vero e proprio giro d’Italia, simile a quello che si sta correndo in questo periodo: un “Tour de force”, è il caso di dirlo, visto quanti sono e dove sono i festival italiani.

Accanto a quegli appuntamenti (e altri se ne potrebbero nominare) oggi la mappa dei festival sembra esplosa, mutata in una cartina impazzita. C’è chi ha fatto un catalogo in perenne aggiornamento (www.trovafestival.com) e chi cerca, di fronte a tanta proposta, di ritrovare affannosamente senso e ragioni di queste tante kermesse. Di fatto il mondo dei festival è diventato una rete articolata, e a volte un “doppio”, ossia un prolungamento estivo della stagione teatrale invernale: con pregi e difetti, su cui vale la pena riflettere.

Intanto, si è detto, le geografie sono cambiate, e le cartografie vanno aggiornate. La costellazione dei festival italiani segnala nuove star. Ci sono festival “metropolitani” e altri che abitano contesti geografici alternativi anomali, a volte impervi, spesso non abituali. È vero, all’Italia manca ancora la “sua” Avignone o la “sua” Edimburgo, eppure se proviamo a guardare al Bel Paese del teatro in modo non convenzionale, ribaltando gerarchie consolidate o blasonate, e indirizzi sicuri, e ci lanciamo all’inseguimento di un tripadvisor del sentimento e della curiosità, vediamo che nel frastagliato panorama nazionale ci sono realtà altrettanto interessanti.

Nelle cartine dei festival teatrali del nuovo millennio, insomma, troviamo capitali inattese, assieme a luoghi che sono soste obbligatorie e che costringono a pensare i percorsi (e le proposte) in altra prospettiva.

Così, ad esempio, in questi anni si è imposto, sempre più, l’imponente e ben sostenuto Napoli Teatro Festival: ha da poco aperto i battenti l’edizione 2018, ricco di appuntamenti, il festival è diretto dallo scorso anno con sincero slancio dal drammaturgo e regista Ruggero Cappuccio.
https://www.italiafestival.it/festivals/napoli-teatro-festival-italia/

Vale sempre la pena … andare a Cividale del Friuli per scoprire cosa proponga l’intrigante Mittelfest, diretto dal pluripremiato regista di Sarajevo Haris Pasovic;
https://www.italiafestival.it/festivals/mittelfest/

 

L’elenco potrebbe andare avanti e sarebbe comunque incompleto: …

Gira la testa, manca il fiato! Non è possibile: ancora dimentico tanti. Quanti sono i festival di teatro? Sono troppi? Troppo pochi? C’è risposta per tanta offerta? Sono tutte iniziative buone e benedette, per carità! Piene di vita, di voglia di fare. I festival rispondono ancora e forse sempre più al necessario, fondamentale, bisogno della gente di incontrarsi, di star bene, di vivere la cultura attivamente e allegramente. E soprattutto sono una risposta, in gran parte, al desiderio di evasione, di gioiosa condivisione, in un luogo e in un tempo, di un clima festivo. Ma la domanda, come si dice, viene spontanea: che festeggiamo? Ecco, insomma, che allargando lo sguardo, diradandosi la nebbia dei fuochi d’artificio, nascono quei dubbi di cui si diceva in apertura. Non mi pare, infatti, che in questi tempi di crisi costante e di magra e superficiale attenzione alla cultura ci sia tanto da festeggiare.

Cominciamo dal “contesto”, ovvero dalla cornice istituzionale.
Il nuovo “patto di governo” prevede una maggiore attenzione alla “qualità” nella distribuzione del Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo che finanzia tutte le manifestazioni artistiche, ivi compresi naturalmente i festival. Cosa comporterà la politica del nuovo governo? Che farà il neo ministro Alberto Bonisoli? Si è appena insediato al Mibact ma si è già affacciato alla conferenza stampa del Teatro di Roma: ha affermato di voler «rilanciare la cultura», e siamo tutti d’accordo con lui, ma ci sarà da attendersi una messa in discussione, una razionalizzazione del settore, oppure, come è banale prevedere, gli ennesimi tagli al finanziamento pubblico in “nome dell’arte” e della “qualità” e del “rilancio”?
Staremo a vedere: aspettiamo, non poco apprensivi.

Nel florilegio di iniziative, poi, non possiamo non prendere in considerazione quel che è accaduto negli ultimi tempi: ovvero che in ogni città, ogni assessore alla cultura abbia voluto e voglia il “suo” festival. Ma di quelli “ricchi di eventi”, che “portano consensi”, che intrattengano, che facciano “divertire”. Altro che qualità o arte! Bando alla ricerca e al rischio artistico: serve roba che faccia consenso. E allora un festival non si nega a nessuno, ce n’è per tutti i gusti. Se usciamo fuori dal seminato “teatrale”, si sa, ci accorgiamo quanto la parola “festival” sia abusata: si fanno festival per ogni cosa. In questa corsa all’intrattenimento, o al botteghino, dunque, emergono due elementi. Il primo è che sempre più manifestazioni sono “cataloghi” di nomi o “volti”: sono le rassegne dei “testimonial”, quelle che chiamano le “star” pur di far cassetta, prive ormai di alcun radicamento o progettualità reale. Spettacoli come gelati estivi: da consumare dopo la passeggiata, con il golfino sulle spalle. Accanto agli “eventoni”, poi, ci sono le rassegne amatoriali, le sagre con spettacolo, gli afterhours teatrali, le “valorizzazioni” dei luoghi a scopi banalmente turistici: tutto va bene, tutto rischia di essere uguale a tutto, purché sia contento l’assessore (o il senatore, o il ministro o lo sponsor). Vale la pena?

Un festival è, dovrebbe essere, un concreto progetto sul territorio, una visione artistica (non solo “curatoriale”, come va di moda dire oggi) che possa disegnare modalità diverse di vivere e di condividere il tessuto urbano in cui si insiste. Qualcosa che sia, insomma, una traccia di futuro, un modello sostenibile di cittadinanza, una messa in prova del vivere civile: investimenti di soldi, pubblici e privati, per strutturare contesti sociali alternativi e, tendenzialmente, positivi, aperti, complessi nella loro visionarietà, capaci di radicare proposte culturali resistenti e sensati. Nulla è stato più concreto e resistente dell’effimero creato da Renato Nicolini nell’estate romanda di decenni fa: poiché, va detto, quella visione aveva profondo senso. E invece qua, sempre più spesso i festival si presentano per “numeri”: 300 compagnie, 1000 attori, 70 mila spettatori, 900 prime, 40 milioni di birre, 450 miliardi di zanzare e chi più ne ha più ne metta, quasi che i “dati” possano bastare a giustificare l’operazione.

Al tempo stesso, e in una prospettiva opposta, la “straordinarietà” del festival implica l’impossibilità, o l’inutilità, di farne “estensioni” della stagione teatrale invernale, un duplicato del circuito di “ricerca”, con gli stessi artisti che si trascinano da un appuntamento all’altro, magari moltiplicando primi, secondi, terzi studi, anteprime, prime regionali o prime nazionali – per rispondere alla necessità del debutto a tutti i costi, della novità sistematica. Troppi cartelloni festivalieri si somigliano: seppur si tratta di sistemi virtuosi di rete o di collaborazioni produttive, alla fine, a ben leggere, basta fare un controllo incrociato per verificare che tanti programmi insistono sempre e solo sugli stessi quattro nomi, a scapito, ancora una volta, del cosiddetto “rischio culturale”, ovvero della necessità che le strutture, dunque soprattutto i festival per loro naturale vocazione, si assumano l’onere e l’onore della “scoperta”, dell’apertura ai “maestri di domani”.

L’altro elemento curioso delle dinamiche festivaliere, è una certa incomunicabilità conclamata (la notò per primo il critico Renato Palazzi), tra proposte dei Festival e teatro mainstream, ossia stabilità pubblica o circuiti. Spesso i Festival sono gli unici spazi aperti a compagnie giovani e sconosciute, eppure non ci sono i necessari travasi, gli sconfinamenti che consentirebbero ulteriori crescite: il piccolo o giovane spettacolo che funziona, presentato al Festival, potrebbe anzi dovrebbe poi entrare nel cartellone del teatro ufficiale. Purtroppo così non è. Sembrano orbite parallele: in una, quella dei Festival, girano degli artisti; nell’altra, quella della Stabilità, ne girano altri. Raramente si intrecciano.

Un altro aspetto su cui riflettere, in tema di festival, è la pratica del “lavoro”. È curioso notare quanto sia cresciuta la componente formativo-pedagogica all’interno delle programmazioni: ogni festival ha i suoi bravi laboratori di durata variabile, tendenzialmente breve, rivolti soprattutto a professionisti che (spesso pagando di tasca propria) incontrano registi in workshop destinati a “esiti” o “aperture” che sono spesso parte integrante dei cartelloni stessi. Ed è altrettanto curioso notare quanto e come gli spettacoli siano ospitati nei festival a condizioni “capestro”, al limite dello sfruttamento o del puro consumo. Capita pure che altrettanto capestro siano le condizioni lavorative e contrattuali di chi fa parte degli staff organizzativi dei festival stessi.
Una pagina bella ma contraddittoria, in questa prospettiva, è quella dei “volontari”: giovani entusiasti che contribuiscono, lavorando gratuitamente, all’organizzazione. Bello, perché entrano nel rutilante mondo festivaliero, contraddittorio perché sono, di fatto, sfruttati.

Le mie sono generalizzazioni, lo so bene: dunque queste considerazioni lasciano il tempo che trovano. Ci sono Festival super-corretti e professionali, davvero delle “Buone pratiche” messe in atto; altri meno. Ci sono festival ricchi di contenuti e spunti, altri meno; così come ci sono manifestazioni francamente inutili e altre pieni di futuro. Ci sono festival politici e altri, come detto, semplicemente assessorili. Ma restano sempre aperte tante domande: vale ancora la pena chiedersi quale sia il vero senso, la specificità e il valore del Festival di teatro oggi; provare capire a che pubblico parlino, con quale linguaggio. E chiedersi cosa lascino, nel territorio in cui agiscono. Caso per caso, storia per storia.

Viaggiando, seguendo quelle strade fantasiose tracciate dai Festival, può capitare allora di prendere sonore fregature, ma capita anche di vedere, davvero, prove concrete di mondi altri, diversi, accessibili, inclusivi, aperti. Mondi sereni, in cui si vive bene, o quanto meno si può vivere meglio.
Poi lo sappiamo, i Festival, come le feste, finiscono. L’estate passa e torna l’inverno: anche a teatro.

… Articolo completo su https://www.che-fare.com/lunga-estate-calda-festival/

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